mercoledì 10 ottobre 2012


L'impresa straordinaria di Beppe Grillo


Beppe Grillo è arrivato a Messina a nuoto. Comunque la pensiate, è una grande impresa. E il mare della politica siciliana, da oggi, non sarà più lo stesso.

L'impresa straordinaria di Beppe Grillo
PALERMO- Comunque la pensiate, bisogna riconoscerlo: Beppe Grillo ha compiuto un'impresa straordinaria. Calcolata nelle sue cascate simboliche quanto si vuole, ma straordinaria. Da oggi la politica siciliana dovrà fare i conti - come ha scritto Salvo Toscano - con questo scomodissimo convitato di pietra, sbarcato da un altro mondo. E le salve di applausi ed evviva lo dimostrano. In un tempo di marosi e onde in tempesta, la gente è stanca di politici salvi e pasciuti, sistemati su ogni tipo di scialuppa, che - con aria grave - mormorano litanie sulla necessità del rigore morale, dei tagli, della sobrietà. E prima dov'erano? Il popolo - antico e passionale termine, oggi esatto per dinamica e fotografia - vuole condivisione. Vuole compassione. Cioè, vuole innamorarsi di qualcuno che patisca insieme agli altri, che ne condivida rabbia e insofferenza. E' finita l'era della platea televisiva, del piedistallo e del balcone. Gli italiani del nostro tempo amano un uomo che arriva dal mare, non i boiardi con i piedi avvitati sulla terra dorata delle poltrone e del potere.

Tutto questo - ingiusto o giusto, puro o corrotto, vero o fasullo, foriero di guai o prodigi - rispecchia il sentimento presente che Beppe Grillo sta cavalcando benissimo, come ha affrontato le acque di una traversata insidiosa. Che rende improvvisamente decrepiti i volti della politica tradizionale. Ve lo immaginereste uno dei candidati alla Presidenza della Regione, impegnato nella medesima fatica? Una nuotata può racchiudere un fortissimo senso immaginifico. L'impegno di un omino nell'acqua fredda contro il sistema. Sincero sentimento o patacca mediatica, da ora tra Grillo e gli altri c'è un mare.

sabato 6 ottobre 2012


Processo Mori, parla Spatuzza 
"Graviano ordinò strage carabinieri"



Gaspare Spatuzza ricostruisce la fasi del fallito attentato allo stadio Olimpico di Roma del gennaio 1994 che aveva come bersaglio i carabinieri. Ma il pentito non è in grado di spiegare se si trattasse di una ritorsione a causa di un "patto" con la mafia non rispettato.

PALERMO - L'obiettivo era uccidere carabinieri, "ma non tre o quattro, almeno cento, centocinquanta". Il boss di Brancaccio Giuseppe Graviano ordinava, il manovale Gaspare Spatuzza eseguiva, come avvenuto nel gennaio del 1994 nel fallito attentato allo stadio Olimpico di Roma. Ma Spatuzza - che ha deposto oggi al processo di Palermo all'ex generale dei carabinieri Mario Mori per favoreggiamento aggravato - non è in grado di ricostruire il movente di quell'attentato. Alla specifica domanda del pm Nino Di Matteo se fosse a conoscenza che la strage di carabinieri era un atto di ritorsione, di "vendetta" per un patto non rispettato, il collaboratore di giustizia ha candidamente ammesso di non saperlo e inquadra l'atto all'interno della generale strategia terroristica portata avanti dalla cosca di Brancaccio.

Gaspare Spatuzza, collegato in teleconferenza, ripreso di spalle con un cappello da pescatore in testa, ha iniziato la sua testimonianza ribadendo il suo pentimento, la sua decisione di sposare la legalità ma non rinnegando l'amicizia con Filippo e Giuseppe Graviano con cui, dice, "siamo cresciuti assieme". Poi ha passato in rassegna il ruolo avuto nelle cosiddette stragi in continente del 1993. Fino alla riunione di Campofelice di Roccella, comune del Palermitano, di fine '93, e quella frase pronunciata con voce tremante: "A noi queste morti non ci appartengono". Spatuzza stava palesando al suo capo, Giuseppe Graviano, di non capire le ragioni delle stragi. Un errore che poteva essere fatale, dice Spatuzza, "esternare debolezza significava rischiare di essere ucciso".  E quella riposta del capomafia di Brancaccio: "E' bene che ci portiamo dietro un po' di morti, così chi si deve muovere si dà una smossa. Se la cosa va a buon fine ne avremo vantaggi tutti, soprattutto i carcerati". Una questione "politica" la definisce Spatuzza che in quella occasione viene investito della nuova, micidiale, azione terroristica di Cosa nostra: "Come obiettivo da abbattere abbiamo i carabinieri".

Così, racconta Spatuzza, il gruppo di fuoco di Brancaccio parte da Palermo con una Lancia Thema rubata con telaio ribattuto e targa contraffatta. In auto l'esplosivo, diverso da quello utilizzato per gli attentati di Roma, Firenze e Milano. "Cosa nostra non mette mai la firma negli attentati" dice il pentito per giustificare questa variante rispetto alle altri stragi. Una diversità che non resterà sola. Nel "bingo" di Roma - questo il nome in codice dell'attentato - "avvengono anomalie. Strada facendo l'attentato cambia portata. Bisognava accentuare l'esplosivo e aspettare lui (Giuseppe Graviano, ndr). E' avvenuto qualcosa che ha cambiato le cose" dice il collaboratore.

I dubbi di Spatuzza troverebbero spiegazione nell'ormai famigerato incontro al Bar Doney di via Vittorio Veneto, a Roma, dove Giuseppe Graviano avrebbe comunicato al suo manovale che avevano "chiuso tutti i discorsi" e che avevano "il paese nelle mani". Ma, ciò nonostante, si doveva dare il "colpo di grazia". Quindi l'attentato si doveva comunque fare. Sarebbe stato lo stesso Spatuzza, secondo quanto racconta alla corte della quarta sezione penale del Tribunale di Palermo, a individuare lo stadio Olimpico come scenario della strage. "Avevo bisogno di 100-150 carabinieri, dove li potevo trovare? - dice - abbiamo individuato una stradina laterale e abbiamo lasciato la Lancia Thema. Con una moto siamo saliti su una collinetta, a Monte Mario, e abbiamo aspettato che passasse il pullman dei carabinieri. Benigno (Francesco, ndr) schiaccia il telecomando ma non succede niente. La missione era fallita. Quindi scendiamo e Benigno continua a schiacciare il telecomando: a quel punto le vittime non sarebbero state più i carabinieri ma i civili".

Dopo il fallito attentato all'Olimpico Spatuzza è tornato a Palermo in attesa di nuovi ordini, ma, qualche giorno dopo, Giuseppe e Filippo Graviano verranno arrestati a Milano. Il bastone del comando della cosca di Brancaccio passa a Nino Mangano che progetta l'attentato - anche questo fallito - al pentito Totuccio Contorno a Formello.

Spatuzza ha anche raccontato che non era la prima volta che nel mirino della strategia stragista finivano le forze dell'ordine. C'era un progetto di attentato "alle due torri di viale del Fante", la sede della Dia di Palermo. Ma non si trattava di un attentato specifico contro i carabinieri, "sapevano che dentro c'erano pentiti, magistrati e carabinieri". In particolare Spatuzza, nei sopralluoghi, aveva individuato un bersaglio, "un carabiniere che si muoveva su una spider rossa, mi pare si chiamasse Miranda", e anche la modalità di intervento: "Ho visto che facevano entrare autobotti con acqua potabile. Potevamo utilizzare queste. Ma resta solo pianificazione, Giuseppe Graviano doveva dare l'ordine di esecuzione". Il pentito narra pure del progetto di una strage al commissariato di Brancaccio, "ma quella era una cosa personale perché girava voce che i poliziotti non volevano arrestare i Graviano ma li volevano uccidere per strada". Anche questo progetto non avrà esecuzione.

venerdì 5 ottobre 2012


Tutta la verità di Massimo Russo: 
"Ancora nella Sanità? Se Crocetta mi chiama..."


PALERMO- “Sono stato all'inferno. E ho portato a casa la pelle e la mia onorabilità”. C'è tutta la fatica e l'orgoglio di questi quattro anni da assessore alla Salute nelle parole di Massimo Russo. A poco più di venti giorni dalla scadenza naturale di un'esperienza lunga, al fianco di Raffaele Lombardo. Al quale non riserva veleno, dopo le polemiche dei giorni passati. Anzi, gli riconosce il merito “di essersi dimesso quando non era obbligato a farlo. Io, al suo posto, non l'avrei fatto”, ma gli rimprovera una mancanza di “onestà politica” nella vicenda della sua annunciata candidatura alla presidenza della Regione: “Nella stessa giornata, il suo capogruppo lanciava Crocetta. Lì ho capito che la mia candidatura non era una cosa seria”. E il rapporto politico col governatore, alla fine, è naufragato contro la scelta di alleasi con Gianfranco Micciché, “che è anche simpatico, ma nei confronti del quale sono assolutamente incompatibile”.

Insomma, Massimo Russo traccia una linea. E fa la somma di un'esperienza di governo “bellissima, esaltante”, giunta ai titoli di coda. Una coda agrodolce, e condita da qualche rimpianto: “È stato un errore lanciarmi in prima persona in politica alle amministrative palermitane”. Non certo un rifiuto della politica, però, nonostante la conferma (“torno a fare il magistrato”), ecco infatti l'apertura: “Se Crocetta mi offrisse di continuare il mio lavoro nella Sanità siciliana, valuterei l'offerta”.

Nel contesto di Villa Filippina, teatro scelto per il “Festival della politica”, Massimo Russo appare assai diverso da quello che per oltre quattro anni s'è mosso tra i corridoi dei Palazzi del potere siciliano. Attirandosi diverse antipatie, sui suoi atteggiamenti definiti da molti deputati, nei migliori dei casi, "arroganti", "presuntuosi". Critiche inaspettatamente bipartisan. “La verità è una: la stragrande maggioranza dei deputati regionali in questi anni ha guardato unicamente ai propri interessi personali, mentre eravamo impegnati in un durissimo piano di rientro per evitare il commissariamento. Mi sarei aspettato un maggiore senso di responsabilità da parte loro”. E agli onorevoli siciliani Russo indirizza un altro rimprovero sul caso della riforma dei laboratori di analisi, “stoppata” recentemente anche dal Tar: “E' poco serio – ha detto Russo - che tanti politici, di ogni colore, usino strumentalmente questo argomento. Se noi non adempiamo a questa misura, lo Stato si riprende 240 milioni di euro. Il Tar ha deciso di bloccare questo accorpamento senza sentirci. Ci rivedremo il 24 ottobre in tribunale e faremo sentire le nostre ragioni. Vedremo come andrà a finire".

Il 24 ottobre quindi, l'assessore farà valere le proprie ragioni. Per l'ultima volta, probabilmente. Appena cinque giorni dopo, la Sicilia avrà infatti un nuovo governo. E un nuovo parlamento. Del quale potrebbe far parte il figlio di Raffaele Lombardo, Toti. “In questi casi si dice 'largo ai giovani'. Ma io a mio figlio avrei detto di non candidarsi”. Del resto, secondo Lombardo, è proprio Russo a mancare di esperienza, a non possedere  “gli strumenti” per fare politica. “Sono d'accordo con lui – replica Russo – io non ho gli strumenti per far parte di questa politica. Una politica che non ha alcuna tensione ideale, etica. Per questo credo – aggiunge – di aver compiuto un errore prendendo parte in prima persona alle amministrative palermitane. Sono caduto in un falso incoraggiamento di Lombardo”. Un governatore che, però, “non mi ha mai imposto nulla. E che mi ha dato la possibilità di cambiare la Sicilia, nell'unico modo possibile: da dentro. Cioè facendo l'amministratore”. Insomma, un misto di rancore e riconoscenza, nelle parole rivolte a Lombardo, che Russo difende anche dagli attacchi di Marco Venturi, che ha parlato di un governo che ha tutelato gli interessi affaristico-mafiosi: “Le parole di Venturi, che è un bravo ragazzo, - dice Russo – sono ingenerose, e al limite della calunnia. Evidentemente, lui era portatore di alcuni interessi che non sono stati garantiti dal governo Lombardo”. E Russo fa da schermo a Lombardo anche rispetto alle accuse molto simili giunte da Ivan Lo Bello: “Se Lombardo ha detto quelle cose su Lo Bello (“ha sponsorizzato solo investimenti nell'eolico, come quelli di Moncada”, ndr) penso non solo che ne sia convinto, ma che abbia anche le prove. Ma devo dare atto a Lo Bello di aver dato un contributo importante nella lotta alla mafia, almeno sotto il profilo del 'clima'. Sugli atti concreti, non saprei dire: quante sono state le espulsioni operate da Confindustria?”.

A dire il vero, al momento, “gravato” da un procedimento giudiziario che riguarda i rapporti con Cosa Nostra è proprio Lombardo. E anche in questo caso, Russo, pur ammettendo di aver “riflettuto sul da farsi, quando sono uscite le prime notizie”, ha precisato: “Subito dopo arrivò la smentita del procuratore di Catania D'Agata, poi alcune false notizie d'arresto. Ma anche le notizie, queste vere, di tre diverse richieste di archiviazione. Certo, ho sempre pensato che la politica debba essere indipendente dal giudizio della magistratura, che debba ripulirsi da sola, ma solo di fronte a prove certe. Nel caso di Lombardo io mi astengo dal giudizio. Ma va detto, per amore della verità, che Lombardo è andato via prima di un rinvio a giudizio. Io al posto suo non mi sarei dimesso".

Non si sarebbe dimesso, Russo. Che invece ha fatto il passo indietro alcune settimane fa. A spingerlo ad abbandonare Lombardo, come detto, la scelta del governatore di correre alla Regionali con Micciché: “Io sono rimasto – spiega - quando era più facile andare via: se io mi fossi dimesso, alcuni mesi fa, quasi certamente Lombardo avrebbe dovuto lasciare. E invece, sono andato via adesso, quando era più facile restare”. A dire il vero, Russo è tutt'ora assessore (s'è dimesso solo dalla carica di vicepresidente), “ma solo perché Lombardo mi ha chiesto di rimanere in queste ultime settimane, visto che non aveva il tempo di nominare un nuovo assessore in un settore e in un momento così delicato”. Ma l'esperienza da membro dell'esecutivo è sostanzialmente finita. E guardando indietro di qualche anno, Russo svela un retroscena: “Io non dovevo nemmeno essere un assessore 'tecnico' di Lombardo. Dovevo essere un deputato alla Camera dell'Mpa”. Una proposta fatta pervenire a Russo nel 2007 da Giovanni Pistorio: “Che conobbi a Roma quando ricoprivo il ruolo di vice capo dipartimento del Ministero della Giustizia, e col quale mi incontrai spesso a cena, dove parlavamo di politica, di sanità, di Cuffaro... Fu lì che mi venne proposto di essere 'nominato' come deputato alla Camera. Ci pensai 24 ore, poi dissi di no: non potevo essere alleato di un governo come quello di Berlusconi, che stava danneggiando fortemente la magistratura”. Passa circa un anno e mezzo, e il “no” si tramuta in un “sì”. “Ma la proposta fu diversa: mi venne chiesto di cambiare la Sicilia, Lombardo mi promise che avrebbe garantito la mia assoluta autonomia”. Ma anche quello era un governo di centrodestra: “Già, a pensarci bene posso dire di essere sceso all'inferno ma di essere risalito con la consapevolezza di aver compiuto il mio dovere”.

Un “dovere” che trova la sua rappresentazione concreta nella riforma della Sanità: “Una riforma – precisa Russo - straordinaria sotto tanti aspetti. Molte regioni oggi guardano a quello che abbiamo fatto. Un rimpianto? Ci siamo occupati troppo poco di 'assistenza'. Questo perché in Sicilia si è sempre divisa la Sanità dalla Famiglia. Si è dimenticata l'assistenza. Le Asp dovrebbero trasformarsi in Assp. Cioè aziende socio-sanitarie. Spero che ci riesca il mio successore".

Ma tra le luci di una riforma che recentemente ha ricevuto anche la “benedizione” della Corte dei conti, ecco anche alcune ombre. Vicende imbarazzanti. Come il taglio del nastro al Pta di Giarre, investito pochi giorni dopo dalla polemica sulle forniture concesse a Melchiorre Fidelbo, marito della senatrice del Pd Anna Finocchiaro: “Io quel nastro lo taglierei ancora – dice però Russo – visto che non ero al corrente di quella vicenda. E una volta compreso quello che era successo, sono stato proprio io a portare le carte in Procura”. E ancora, la storia dei manager delle Asp indicati dall'assessore attraverso dei “pizzini”: “Anche in quel caso – racconta Russo - si è trattato di una grande strumentalizzazione. Io rivendico di aver creato gli 'albi' dei direttori sanitari e amministrativi. Questo per evitare che il direttore generale nominasse qualcuno che non aveva i titoli, così come avveniva in passato. I cosiddetti 'pizzini' sono serviti per decidere, nei casi in cui più dirigenti generali avevano indicato gli stessi direttori amministrativi o sanitari, a quale struttura destinare quel manager". Ma Russo rivendica, in molti casi, anche le scelte degli uomini della Sanità: “Scelte politiche, certamente – ha detto Russo – delle quali mi assumo le responsabilità”. Anche nel caso delle nomine, come commissari, dei sei manager “bocciati” dall'Agenas: “Intanto va precisato che all'Agenzia ho chiesto una valutazione 'globale', dell'attività manageriale. Ma di quella valutazione, che deve anche tenere conto del contesto nel quale i manager hanno lavorato, io ero libero di tenere conto o meno. E ne avrei anche tenuto conto se nel frattempo non fosse intervenuta la norma cosiddetta 'blocca-nomine'. che imponeva di ri-nominare come commissari, i manager in carica. In questo modo abbiamo garantito la prosecuzione dell'attività per qualche mese. Il nuovo governo, se vorrà, potrà cambiarli".

Ma nel prossimo governo, paradossalmente, potrebbe esserci proprio lui. Nonostante le assicurazioni, infatti, (“torno a fare il magistrato, fuori dalla Sicilia. Come giudice civile, o penale”), c'è ancora uno spiraglio: “Se Crocetta mi proponesse di continuare da assessore la mia azione di rinnovamento della Sanità siciliana? Di certo, valuterei attentamente la proposta”. Perché oggi, forse, l'assessore che si è sempre mostrato forte, lo è ancora un po' di più. In fondo, Massimo Russo è “già stato all'inferno”. E ha portato a casa la pelle.

 

LA DIRETTA

17.53 "Alla fine posso dire di aver portato a casa la pelle e la mia onorabilità". Così Massimo Russo ha concluso l'intervista.

17.50 "Al mio posto all'assessorato alla Salute vedo bene una persona seria, capace di fare scelte che proseguono in questa direzione di consolidamento  rispetto a quello che abbiamo fatto noi. Io sono escluso da questo gioco. Se me lo chiedesse Crocetta? Lo valuterei. Prima deve vincere, poi deve chiedermelo".

17.45 "I laboratori d'analisi? Il piano di accorpamento era previsto dal piano di rientro. Ce l'ha chiesto il ministero. Si è tradotto in un accordo Stato-Regioni. E' poco serio che tanti politici, di ogni colore, usino strumentalmente questo argomento. Se noi non adempiamo a questa misura, lo Stato si riprende 240 milioni di euro. Il Tar ha deciso di bloccare questo accorpamento senza sentire noi. Ci rivedremo il 24 ottobre. Vediamolo tutto il film, vedremo come andrà a finire".

17.43 "Il Pta di Giarre? Ritaglierei quel nastro, anche perché io non sapevo nulla di quella situazione. Ma quando ho saputo che c'era qualcosa di irregolare, sono stato io a portare le carte in Procura. Credo che anche la Finocchiaro non sapesse nulla della vicenda che coinvolgeva il marito".

17.42 "Chi arriverà dopo di me, troverà un complesso di regole. Nessuno pensi di tornare al passato. Se si pensa di tornare agli "splendori" del passato, salterà tutto".

17.39 "All'Agenas ho chiesto di fornirmi una valutazione che andasse al di là del semplice equilibrio di bilancio, ma sulla capacità manageriale. Profili negativi su sei manager? Forse sono stati un po' troppo duri. Io questi profili li ho tenuti in considerazione. Ma poi è arrivato il blocca-nomina, che imponeva di ri-nominare come commissari, i direttore generali in carica. In questo modo abbiamo garantito la prosecuzione dell'attività per qualche mese, il nuovo governo, se vuole, potrà cambiarli".

17.32 "La scelta dei direttori generali è stata una scelta politica. Ma io ho operato i controlli e le verifiche dell'operato di questi dirigenti. Io ad esempio in alcuni casi non ho riconosciuto le indennità di risultato. E non ho mai concesso, come accadeva in passato, che si spendesse una cifra superiore a quella del budget da noi messo a disposizione. E le verifiche le ha fatte l'Agenas, organismo terzo. Tre manager, che non hanno raggiunto gli equilibri di bilancio, sono 'saltati'".

17.28 "I manager nominati con i pizzini? Anche in questo caso si è trattato di una grande strumentalizzazione. Io rivendico di aver creato gli 'albi' dei direttori sanitari e amministrativi. Questo per evitare che il direttore generale nominasse qualcuno che non aveva i titoli, così come avveniva in passato. I cosiddetti 'pizzini' sono serviti per decidere, nel caso in cui più dirigenti generali avessero indicato gli stessi direttori amministrativi o sanitari, a quale struttura destinare quel manager".

17.26 "La mia riforma della Sanità? Straordinaria per tanti aspetti. Molte  Regioni guardano a quello che abbiamo fatto. Solo una cosa mi è rimasta da fare: la riforma socio-sanitaria. Ci siamo occupati troppo poco di 'assistenza'. Questo perché in Sicilia si è sempre divisa la Sanità dalla Famiglia. Le Asp dovrebbero trasformarsi in Assp. Cioè aziende socio-sanitarie".

17.24 "Noi in questi anni abbiamo avuto burocrati che hanno fatto politica, e politici che hanno fatto i burocrati. L'unica eccezione è stata proprio la Sanità siciliana. E questo grazie al personale della Regione, troppo spesso massacrato dall'opinione pubblica".

17.20 "I candidati in corsa? Chi sono io per dare un giudizio? Posso solo augurare loro 'buon lavoro'. Chi voterò? Sarà un segreto. Mi auguro che si impegnino a trovare soluzioni. Forse non hanno ben chiaro che alla Regione non troveranno nè risorse, nè possibilità di lavoro".

17.16 "Io non dovevo fare l'assessore di Lombardo. Dovevo essere un deputato dell'Mpa. Ho conosciuto Giovanni Pistorio, quando, nel luglio del 2007 ho lasciato la magistratura, diventando vice capo dipartimento al ministero della Giustizia. Lì ho conosciuto Pistorio, con cui ho trascorso molte cene romane, parlando di politica, di Cuffaro. Finché mi ha chiesto, per conto di Lombardo, la 'nomina' a deputato. Mi sono preso 24 ore di tempo, ma sapevo che non potevo stare con un governo a sostegno di Berlusconi, che ha operato contro la magistratura. E ho detto di 'no'. Forse la cosa incuriosì Lombardo, che mi propose di impegnarmi per la Sicilia. Ho detto di sì a patto che il progetto fosse quello di cambiare la Sicilia, e che io lo potessi fare autonomamente".

17.14 "Toti candidato? Io direi 'largo ai giovani'. Se otterrà il consenso, vorrà dire che questa società deve ancora crescere. Ma io non avrei fatto candidare mio figlio".

17.12 "Lo Bello? Io non voglio entrare in questa polemica. Ma se Lombardo ha detto quelle cose, credo che ne sia convinto. E penso che abbia anche qualche prova. Lo Bello certamente ha avuto il merito di creare il clima giusto, contro la mafia, all'interno del mondo dell'impresa. Sarebbe stato bello se tutti avessero spinto nella stessa direzione"

17.09 "Io sono rimasto quando era più facile andare via: se io mi fossi dimesso, quasi certamente Lombardo avrebbe dovuto lasciare. E invece, sono andato via quando era più facile restare. Ma adesso mi chiedo: se Lombardo venisse assolto, diremo che quell'opera di rinnovamento della prima parte del governo è stata indebolita da quelle notizie?".

17.04 "Io assessore di un governatore indagato per mafia? Ho vissuto sulla mia carne quello che in passato avevo vissuto da protagonista. Quando è uscita fuori la notizia, mi sono chiesto cosa dovessi fare. In quel periodo ci fu la smentita del procuratore di Catania D'Agata, poi alcune false notizie d'arresto. Ma anche le notizie di più richieste di archiviazione. Certo, non ho mai dimenticato il mio pensiero: ho sempre pensato che la politica debba essere indipendente dal giudizio della magistratura, che debba ripulirsi da sola, ma di fronte a prove certe. Nel caso di Lombardo io mi astengo dal giudizio. Ma va detto, per amore della verità, che Lombardo è andato via prima di un rinvio a giudizio. Io al posto suo non mi sarei dimesso".

17.01 "Io ho sempre avuto una tensione ideale, ho sempre creduto in quello che ho fatto. Ho creduto tanto anche nella mia esperienza amministrativa, e anche nei principi autonomistici, in quel progetto politico".

16.58 "Io ho snobbato i deputati? Purtroppo molti di loro non ha fatto altro che guardare alle proprie esigenze personali. Ma la Sicilia era impegnata in un piano di rientro che avrebbe dovuto evitare il commissariamento. Mi sarei aspettato un maggiore senso di responsabilità. Io mi sono comportato da buon padre di famiglia, senza fare tagli indiscriminati. Ma qualche sacrificio era necessario perché la Sicilia avesse un futuro".

16.56 "Io ho saputo della mia candidatura, solo quando Lombardo lo ha detto pubblicamente in un'assemblea dell'Mpa. In quell'occasione, il capogruppo D'Agostino lanciava Crocetta. Lì ho capito che non era una cosa seria".

16.52 "Ho deciso di lasciare Lombardo quando ho saputo che avrebbe sostenuto Gianfranco Miccichè. C'era una evidente incompatibilità tra me e Miccichè, che è pure simpatico. Lombardo ha detto che non sono tagliato per la politica? Ha ragione: non sono tagliato per questa politica, senza un orizzonte etico. Sono ispirato verso un'altra politica, quella che portava il senso nobile del servizio alla comunità".

16.48 "Il mio movimento? E' stato un errore. Sono caduto in un falso incoraggiamento di Lombardo. Io usato da Lombardo? No, al contrario. Penso che la mafia si combatta stando nell'amministrazione. Un magistrato è rivolto al passato, l'amministratore al presente, il politico al futuro. Ho fatto l'assessore inizialmente con una giunta di centrodestra, sono sceso all'inferno ma adesso posso dire di aver fatto il mio dovere. Le accuse di Venturi? Ingenerose, al limite della calunnia. Tra l'altro ne parla adesso, ai titoli di coda di un film che lui stesso ha girato. Evidentemente portava avanti interessi che non sono stati garantiti da questo governo. Lombardo a me non ha mai imposto nulla".

16.45 "Ho incontrato Bersani per discutere di un ingresso in politica? Sto preparando la mia uscita dalla politica regionale siciliana. Siamo ai titoli di coda, il cui epilogo è un po' diverso dalle premesse". Così Massimo Russo esordisce. "Cosa farò dopo il 29 ottobre? Io un mestiere ce l'ho, a differenza di altre. Ho maturato un'esperienza bellissima. Adesso torno a fare il magistrato, fuori dalla Sicilia per cinque anni, come giudice civile o penale".

 

Il “Festival della Politica” raddoppia proponendo, per venerdì 5 ottobre, due appuntamenti da non perdere con due grandi protagonisti dello scenario siciliano. Alle 16.30, a Villa Filippina, un’altra intervista esclusiva a pochi giorni da quella rilasciata dall’ex governatore della Regione Siciliana. A controbattere alle domande poste dal direttore responsabile di Livesicilia Francesco Foresta e dal caposervizio della medesima testata Salvo Toscano sarà questa volta l’ex assessore regionale alla Sanità Massimo Russo.
Alle 18 è invece in programma la tavola rotonda “Il caso Palermo. Come salvare una città dal default” che vedrà ospiti il sindaco di Palermo Leoluca Orlando, il presidente di Confindustria Palermo Alessandro Albanese, il presidente di Confcommercio Palermo Roberto Helg e Alessandro Musaio, professore di Economia aziendale e Controllo di gestione presso la LUISS Guido Carli.
Nell’ambito della tavola rotonda organizzata intorno al “Caso Palermo” è prevista la presentazione in anteprima del libro “Una rondine fa primavera” scritto dal giornalista Rai Giancarlo Licata, disponibile da pochi giorni nelle librerie. Il volume, edito dalla Novantacento Edizioni, ricostruisce - tra inediti, documenti e storie dimenticate - gli avvenimenti di cronaca e politica accaduti nei tre decenni di presenza a Palazzo delle Aquile di Leoluca Orlando: dal pentacolore all’esacolore, ai professionisti dell’antimafia, alla rottura fra Dc e Psi, all’apertura del Massimo e dello Spasimo, al Ppe, alle stragi, per finire alla trattativa fra Stato e mafia. Il tutto partendo dalla consapevolezza che Palermo è l’unica città di uno stato democratico in cui l’azione politica è stata spesso condizionata dalla cronaca, dagli omicidi che hanno tagliato gambe, coraggio e futuro a molti amministratori. Il libro contiene pure un’intervista-colloquio a 360 gradi con Leoluca Orlando. Il responsabile della redazione di Tgr Mediterraneo presenterà pertanto la sua opera dinanzi a colui che l’ha ispirata. Un’ulteriore occasione per discutere di Palermo e della sua “salvezza”.

sabato 29 settembre 2012


"La burocrazia ci uccide" 
La protesta dei malati di Sla


I fondi per i malati di Sla sono bloccati per il patto di stabilità. Il responsabile di un'associazione che vive il problema ha scritto una lettera a Livesicilia.

"La burocrazia ci uccide" La protesta dei malati di Sla
PALERMO- “Quando la burocrazia ti uccide più della malattia”, scrive il malato di Sla e referente dell'Aisla di Enna Michele La Pusata, portando alla luce un problema di finanziamenti dedicati ai malati di Sla e alle famiglie: gli oltre otto milioni di euro destinati - è la denuncia - sono bloccati a causa del patto di stabilità. Michele La Pusata ha spiegato tutto al telefono di Livesicilia, dal lavoro fianco a fianco con l'assessorato delle Politiche sociali al bisogno di avere un contributo di solidarietà. E' l'Aisla (Associazione Italiana Sclerosi Laterale Amiotrofica) a lanciare l'allarme, tramite una lettera intitolata “Quando la burocrazia ti uccide più della malattia”.

Nel 2011, cento milioni di euro sono stati assegnati esclusivamente alla Sclerosi Laterale Amiotrofica, 8 dei quali destinati alla Regione Siciliana: la somma dovrebbe servire ad attuare interventi e attività di assistenti domiciliari nei confronti dei pazienti e delle loro famiglie, per migliorarne la qualità della vita e cercare di ottimizzare i modelli d'assistenza esistenti e crearne di nuovi ancora più efficienti. Ma la ragioneria della Regione non può autorizzare l'emissione dei mandati di pagamento a causa del patto di stabilità: per sbloccare questi fondi, la Regione dovrà individuare questa spesa a favore dei malati di Sla come priorità.

È Michele La Pusata, referente dell'Aisla di Enna, a inviare a Livesicilia una missiva che non può lasciare indifferenti. Livesicilia l'ha contattato, per avere una panoramica ancora più chiara sulla vicenda. "Principalmente - dice La Pusata - la lettera non è un'accusa nei confronti di nessuno: tutto quello che l'Aisla vuole è che chi ne fa parte viva dignitosamente. Quando sono stati stanziati gli 8 milioni e 360 mila euro, è stato istituito un tavolo tecnico tra l'Associazione e l'Assessorato regionale delle Politiche Sociali. Insieme alla dottoressa Lotà, responsabile del reparto n°5 dedicato all'assistenza ai disabili, abbiamo lavorato in assoluta sintonia e siamo riusciti a presentare dei mandati di pagamenti al ramo della ragioneria che si occupa di questi fondi: a causa del vincolo del tetto massimo imposto dal patto di stabilità, non possiamo usufruirne."

Quale può essere secondo l'Aisla la soluzione a questo problema burocratico? "La spada di Damocle che abbiamo sulla testa non è solo la malattia: ben 270 famiglie in Sicilia vivono la Sla in condizioni di povertà. Se la Regione riconoscesse la nostra questione come una delle priorità di spesa finanziabile, i pagamenti richiesti sarebbero sbloccati e sarebbe un contributo di solidarietà per noi fondamentale. L'unica cosa che rivendichiamo è il diritto ad avere una vita qualitativamente migliore, ed è per questo che ci appelliamo alla sensibilità di chi si occupa della vicenda".

 

Livesicilia ha tentato di mettersi in contatto col dipartimento di Politiche Sociali della Regione, senza riuscirci. Nell'attesa di approfondire la questione, pubblichiamo “Quando la burocrazia ti uccide più della malattia”, di Michele La Pusata.

giovedì 20 settembre 2012

Giro di prostituzione a Enna


Enna. Accertato un giro di prostituzione al quale è stata avviata e sfruttata una minore degli anni 16, le indagini, dirette dalla Procura della Repubblica – D.D.A. c/o il Tribunale di Caltanissetta, sono state svolte dalla Squadra Mobile della Questura di Enna.
Nove gli indagati: nei confronti di cinque di essi, il G.I.P. di Caltanissetta, su richiesta di quella Procura della Repubblica, ha emesso:
 ordinanza di applicazione della custodia cautelare in carcere a carico di:
1. B. L., nata a Catania, classe 1973, residente ad Enna, incensurata, casalinga,
 nonché ordinanza di applicazione della custodia cautelare agli arresti domiciliari nei confronti di:
2. A. L., classe 1963, ennese, manovale, con precedenti di polizia per stupefacenti;
3. T. P., classe 1943, ennese, coltivatore diretto, con precedenti per sfruttamento della prostituzione ed agevolazione dell’immigrazione clandestina, porto abusivo di armi, produzione e traffico di stupefacenti, violazione delle leggi sulle e lesioni personali colpose;
4. P. L., classe 1954, ennese, autotrasportatore, con precedenti per porto abusivo e detenzioni di armi e reati contro la persona;
5. T. G., classe 1949, ennese, allevatore, con precedenti di polizia per il reato di lesioni personali colpose;
indagati:
la n. 1 per il delitto previsto dall’art. 600 bis comma 1 c.p. (induzione alla prostituzione di una minore), perché al fine di trarne benefici economici, con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, ha indotto, favorito e sfruttato la prostituzione di C. S. minore di anni sedici;
tutti gli altri (dal n. 2 al n. 5) per il delitto previsto dagli artt. 81 comma 2 e 600 bis commi 2 e 3 c.p. (atti sessuali con minorenne in cambio di denaro od altra utilità), per aver compiuto atti sessuali con C. S., anche in epoca precedente al compimento degli anni 16, corrispondendo somme di denaro ed altre utilità per le prestazioni ricevute.
Fatti accertati in Enna a decorrere dal mese di dicembre 2011 fino al mese di giugno 2012.
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Era ormai da qualche tempo che gli investigatori della Squadra Mobile avevano notato la B. L., indicata da più fonti dedita alla prostituzione, che si accompagnava regolarmente con una giovane, la quale, invece di frequentare la scuola, era solita seguire la donna, che non svolge alcuna attività lavorativa, in occasione dei suoi numerosi spostamenti in città.
Tale dato richiamava l’attenzione dei poliziotti, ai quali, durante lo svolgimento di altra attività di indagine, non sfuggiva uno strano contatto telefonico in occasione del quale uno dei soggetti “attenzionati” A .L. chiedeva alla donna di andarlo a trovare, portando con se la ragazza.
Venivano così avviati una serie di mirati servizi, con l’effettuazione anche di intercettazioni e pedinamenti, che consentivano di acclarare la piena responsabilità dell’indagata in ordine ai delitti contestati, posto che la stessa, inducendo alla prostituzione la ragazza, ne traeva in cambio denaro col quale soddisfare le proprie necessità quotidiane.
A seguito dello svolgimento dei servizi tecnici di intercettazione di conversazioni, inoltre, si sono potuti raccogliere incontrovertibili elementi di reità in capo agli altri soggetti, riscontrandosi pienamente l’ipotesi delittuosa.
La B. L., all’epoca delle indagini, non svolgeva alcuna attività lavorativa, neanche precaria; gli unici introiti economici leciti percepiti erano poche centinaia di euro, corrisposte dal comune di Enna poiché la donna era stata inserita nei progetti lavorativi ex art. 13 del regolamento di assistenza economica comunale. Inoltre, la stessa vive in un’abitazione in affitto, pagando un canone mensile ed è proprietaria di un’autovettura che utilizza per spostamenti interprovinciali, in occasione dei quali sovente frequenta sale giochi.
È apparso, pertanto, evidente come la B. L., anche sfruttando la minore, sia riuscita a reperire le somme di denaro che le hanno consentito di soddisfare le esigenze della vita quotidiana, nonché di “coltivare” i suoi vizi (gioco e fumo).
Importante elemento investigativo emerso è che i soggetti che si sono “incontrati” con la giovane per avere rapporti sessuali, sono gli stessi che hanno intrattenuto rapporti con la B. L. e che, approfittando della mediazione della stessa, privi di ogni scrupolo morale, hanno indirizzato il soddisfacimento dei loro istinti sessuali verso la minore; ciò al fine di mantenere una “clientela selezionata”, anche per evitare pericolose fughe di notizie che potessero attirate le attenzioni delle Forze dell’Ordine.
L’indagata era solita accompagnare la minore presso i luoghi convenuti o presso le abitazioni degli indagati, dove poi si consumavano i rapporti sessuali. Più raramente, i clienti venivano accolti presso la casa della donna.
A seguito degli incontri consumati, le due commentavano sia il comportamento dei clienti che le modalità con cui avevano posto in essere i vari atti sessuali. La donna, spesso, richiamava la giovane su come ottimizzare le prestazioni sessuali, anche allo scopo di ridurre i tempi.
Commenti venivano fatti anche in relazione alle somme percepite, che spesso non erano ritenute congrue alla prestazione fornita.
In alcuni casi, i rapporti sessuali sono stati consumati dalla B. L. alla presenza della giovane, la quale, contestualmente, sarebbe stata a sua volta oggetto di attenzioni fisiche.
Nell’ambito del medesimo procedimento penale, l’A. G. procedente ha, inoltre, emesso n. 4 decreti di perquisizione e sequestro con contestuale informazione di garanzia a carico di ulteriori indagati, i quali hanno avuto rapporti sessuali a pagamento con la minore, dopo che la stessa ha compiuto gli anni sedici.
Tra questi, anche un dipendente del comune di Enna, al quale si era rivolta la B. L. per la risoluzione di un problema, che ha ricevuto sia la donna che la minore presso il proprio ufficio; dopo tale incontro le due hanno commentato in ordine al rapporto sessuale poco prima consumato.

giovedì 13 settembre 2012

Il Gaeta ridotto a cumuli d’immondinzia, sterpaglie e sporcizia dapperttutto


Una volta era l’incubo degli avversari, oggi è una triste cartolina di abbandono e degrado. Benvenuti allo stadio Generale Gaeta. L’impianto principale della città è oggi, tra la tristezza di chi lo ricorda catino infernale quando la parola calcio, nel capoluogo della provincia, era sinonimo di entusiasmo, ridotto a cumuli d’immondinzia, sterpaglie e sporcizia dapperttutto. Una struttura abbandonata anche nel campo di gioco fino a qualche anno fa erboso e curato nei dettagli dai costodi comunali. Ora, invece, in terra battuta.  Il resto, dagli spalti senza dimenticare le aree che conducono alle tribune e alle gradinate è roba che fa male ai “romantici” ennesi, rimasti ancora alle festose immagini degli anni 60/70 e del ’90, quando i gialloverdi festeggiarono due storiche promozioni in serie C e C2. Nei primi del 2000 ha avuto inizio il degrado e negli ultimi anni la struttura è stata utilizzata solo per gli allenamenti e qualche partita ufficiale nel campionato di Eccellenza, in quanto la Questura di Enna ha vietato l’accesso al pubblico per delle carenze strutturali della tribuna e delle gradinate. Un divieto che ha significato una vera e propria “mazzata” per le successive sorti dell’impianto. Ma è giusto che una una struttura così prestigiosa resti lì, abbandonata a se stessa, senza che nessuno muova un dito per non farla morire? La palla passa ovviamente all’Amministrazione comunale, che dovrà occuparsi non solo di tutti gli impianti sportivi cittadini, molti dei quali sono in pessime condizioni, ma anche del Gaeta e su come rilanciare quello che è stato, per oltre mezzo secolo, il luogo preferito da tante generazioni di sportivi ennesi. Le immagini che pubblichiamo sono un colpo al cuore. Ma devono fare riflettere. Materiale lasciato qui e lì, cartacce, bottiglie di plastica, cumuli di immondizia; erbacce, paletti di ferro arruginiti, materiale vario ammassato alla rinfusa. Bagni pubblici chiusi da un decennio, tribuna coperta e gradinate impraticabili a causa degli intonaci che cadono a pezzi. Chiusi e vietati al pubblico anche gli ingressi principali di viale IV Novembre e di via delle Stadio ( si può accedere al campo solo da un cancello laterale). Senza dimenticare che la pista attorno al rettangolo di gioco è talmente coperta dalle erbacce che sembra una sorta di mulattiera tra il degrado. Situazione peggiore non poteva esserci, ma assicura il prersidente dell’Enna Calcio, Peppino Cannarozzo,  “non sono previsti interventi all’impianto se non quelli che riguardano una parte della gradinata a fianco alla tribuna”. A confermarcelo è anche l’assessore ai Lavori Pubblici, Gino La Rocca, che dichiara:“Abbiamo fatto un soprallugo la settimana scorsa e pensiamo di rendere agibile lo stadio al pubblico prima che inizi il campionato. Si tratta di fare alcuni lavori per rendere fruibili almeno la gradinata e la curva che dovrebbero servire sia per gli sportivi locali che per gli ospiti. Occorreranno circa diecimila euro che, d’accordo con il sindaco Garofalo, pensiamo di reperire”.  “E speriamo che li reperiscano presto –commenta ancora il presidente Cannarozzo- anche perchè il campionato inizia domenica 9 settembre e per l’ennesima volta saremo costretti a giocare a porte chiuse”. A questo proposito, Cannarozzo lancia un appello ai tifosi gialloverdi di avvicinarsi nuovamente alla squadra in vista del campionato di Promozione. “Se ci sono stati screzi –dice- fanno parte del passato, ora dobbiamo voltare pagina”.  Quindi, in attesa di segnali da “Palazzo di Città”, che non ha i soldi per rimetterlo completamente a norma (ci vorrebbero almeno mezzo milione di euro) il Gaeta resta in precarie condizioni e nella provvisorietà nella speranza di sapere cosa ne sarà di un rettangolo che rappresenta un pezzo di storia di Enna del pallone. Che non avremmo più visto, su quel manto erboso, calcio per qualche anno lo si era capito già nel 2010,  quando in via dello Stadio ci fu la visita dei Vigili del Fuoco e degli uomini dell’allora questore Salvo Patanè, che non esitarono a dichiarare che quella struttura era inagibile al pubblico e che per rimetterla in piedi aveva bisogno di essere rimodernata. E per rimodernarla ci vogliono tanti soldini che le casse comunali oggi non si possono permettere di uscire. Ma rivederlo nel degrado più assoluto è un insulto alla città. Che attende una risposta per non vedere morire un altro pezzo di storia sempre più abbandonato. 

Giacomo Lisacchi 


Coppia romena in miseria, vendono le fedi nuziali per curare il figlio


Tutti i giorni un via vai continuo per chiedere derrate alimentari di prima necessità e vestiti, ma anche aiuti per pagare bollette dell’acqua o della luce: due servizi essenziali dove si abbatte inesorabilmente la mannaia del distacco. Le mamme arrivano alla spicciolata, tenendosi avvinghiati i propri piccoli: sono giovani per lo più. Raccontano di mariti disoccupati, di lavoro che non c’è, di stenti e difficoltà ad andare avanti. Sono scene abituali, che si ripetono con amara regolarità dalla mattina alla sera davanti alle volontarie dell’associazione “La  Tenda” della Caritas diocesana. Il presidente Gaetano Andolina ascolta tutti, di ciascuno conosce necessità e bisogni, ma soprattutto drammi psicologici. Questo di via Donizetti è un sicuro punto di riferimento per i disperati, per coloro che non hanno più santi a cui votarsi. E proprio in questo posto ieri abbiamo incontrato una famiglia romena: Marian e Valentina Teleanu, 44 anni lui e 33 lei e i loro cinque figli, un maschio di 17 anni e quattro femminicce di 14, 12, 8 e 5 anni. Marian si vede lontano un miglio che si vergogna: a casa è la moglie che porta un poco di soldi facendo la badante. E lui è mortificato perchè, pur essendo un muratore, da un anno non riesce a trovare lavoro e alcune settimane fa ha subito l’umiliazione del distacco dell’acqua per delle bollette non pagate. “Con il misero stipendio di Valentina –dice il presidente Andolina- appena preso e privandosi di tutto, hanno subito pagato due bollette, per le altre due rimaste pare che il Comune stia vedendo quello che può fare”. Valentina –è lei a lanciare l’appello- con le lacrime agli occhi e con pudore chiede aiuto e un lavoro per il marito. “Mio marito non sa parlare e capire bene l’italiano –dice- e questo è sicuramente un handicap, però è bravo nel mestiere di muratore. Professionalmente è completo e sa mettere mano dalle fondamenta al tetto di una casa. Dategli la possibilità di dimostrare le sue capacità ma con un lavoro con i documenti in regola, non in nero”. “Marian –afferma Andolina- lo conosco da alcuni anni. E’ un ragazzo serio che sta vivendo il dramma di non poter mandare avanti la famiglia e in particolare aiutare il figlio diciassettenne bisognoso di cure”. “Siamo venuti in Italia -racconta Valentina- per curare nostro figlio Sami, cosa impossibile in Romania perchè per operarlo non sarebbe bastato neppure vendere la casa. In meno di un anno a Catania ha già subito 8 interventi e non sappiamo come ringraziare dell’aiuto il signor Andolina e l’associazione”. “Abbiamo fatto quello che era necessario fare –dice Andolina- grazie ad un progetto della Caritas. E’ stato duro, ci sono stati grossissimi problemi economici d’affrontare, ma grazie a Dio oggi il ragazzo sta bene e frequenta con profitto l’Istituto alberghiero”. “Il nostro vero dramma –racconta ancora Valentina- non è come dare da mangiare ai nostri figli, per questo riceviamo l’aiuto de La tenda, ma come pagare le bollette dell’acqua, della luce e l’affitto. Per pagare l’ultimo mese abbiamo venduto le nostre fedi. Nonostante queste difficoltà, però, vogliamo rimanere in Italia. Qui è il fututo dei nostri figli che studiano tutti con profitto. E se Dio vorrà avranno una vita più dignitosa dalla nostra”.

Pietro Lisacchi