lunedì 10 dicembre 2012


La parentopoli della Formazione 
Ecco gli enti nel mirino di Crocetta



Dopo l'inchiesta di Report il governatore ha puntato l'indice contro gli intrecci tra politica ed enti di Formazione, minacciando la sospensione dei contributi. Ecco una mappa di questi legami.

crocetta, enti, formazione, Politica
PALERMO - “Abbiamo sottratto la Formazione alla politica”. Così, l'ex assessore Mario Centorrino brindava al varo dell'Avviso 20. Il mega-bando della “rivoluzione”. Quello che avrebbe spostato il peso della Formazione siciliana dal bilancio regionale al Fondo sociale europeo. “Sono socio di enti di Formazione perché faccio politica”. Così, il deputato del Pd Franco Rinaldi ieri rispondeva alle domande della cronista di Report, che chiedeva spiegazioni sulla presenza sua e del cognato Francantonio Genovese nella compagine societaria di alcuni enti.

Mario Centorrino e Franco Rinaldi, però, rappresentano un'identica area politica. Una “vicinanza” di cui, ad esempio, il docente universitario che fu parte della giunta di Lombardo, non ha mai fatto mistero. Motivando, anzi, le proprie dimissioni proprio con la fuoriuscita dalla maggioranza di quell'area del Pd alla quale faceva riferimento. Nonostante ciò, mentre Centorrino salutava con orgoglio la “cacciata” della politica dai corsi, i suoi “politici di riferimento” facevano politica anche attraverso i corsi. Ma in buona compagnia. Perché senza entrare nello specifico delle quote societarie, delle percentuali, dei familiari e dei “prestanome”, la vicinanza tra lo sponsor politico e l'ente è cosa nota. Spesso tangibile nei nomi ricorrenti, nelle facce, persino nella scientifica lottizzazione di un Consiglio di amministrazione.

Fatto sta che è servito un servizio della trasmissione di Rai Tre, per far conoscere al presidente della Regione, ex sindaco ed ex europarlamentare del Pd, l'esistenza di queste “connessioni” tra esponenti del suo partito e gli enti di Formazione. Connessioni strettissime e inequivocabili. Che coinvolgono più società. A partire dalla Lumen, che quest’anno avrà un milione di euro per i corsi. La presidente è Elena Schirò moglie di Rinaldi. La Training Service, un'altra società che organizza corsi, invece è costituita principalmente dalla Geimm, di cui è socio sempre Rinaldi, e dalla Gefin di cui è socio il cognato di Rinaldi, il deputato Francantonio Genovese. Quest’anno la Training Service riceverà 390mila euro per le proprie attività. Poi c’è la Nt soft di un nipote di Rinaldi e Genovese. E l’Esofop, guidata da Giovanna Schirò, cognata sempre del deputato Pd, così come Chiara Schirò che fa parte del cda. Ed è moglie di Genovese.

Crocetta, dal canto suo, ha reagito subito e con durezza: “In merito alla notizia appresa ieri dalla trasmissione Report - si legge in un comunicato - il Presidente della Regione Siciliana, Rosario Crocetta, annuncia di aver dato immediatamente disposizione di bloccare i pagamenti nei confronti di associazioni, enti, cooperative, società che gestiscono la formazione, direttamente riconducibili, personalmente o a parenti prossimi, di parlamentari regionali menzionati dall'inchiesta”.

Il governatore ha annunciato anche di voler disporre azioni di recupero per i pagamenti già effettuati, in violazione della legislazione sulle incompatibilità dei parlamentari regionali e ha chiesto che il dirigente del settore formazione, faccia una verifica su tutti i soggetti destinatari di contributi o affidatari di servizi che presentano elementi di incompatibilità.

"La vicenda - ha commentato Crocetta - è veramente insopportabile dal punto di vista morale e politico. Questo sistema non si riferisce soltanto al settore della formazione professionale, ma a tanti altri, basti pensare a quanto avviene con la tabella H. Nessuno si aspetti sconti - conclude Crocetta -, poiché laddove esisteranno gli estremi, si provvederà ad effettuare precise denunce all'autorità giudiziaria”.

Il problema è che la presenza della politica negli enti di Formazione è assai più estesa, probabilmente, di quanto descritto nell'ottimo servizio Rai. Fermo restando, infatti, quanto affermato dal presidente dell'Anfe Paolo Genco (“Perché il parente di un deputato non può far parte di un ente di Formazione?”), sono stati, negli anni, davvero tanti i casi di parenti e congiunti che hanno trovato spazio in queste società. O di politici che hanno vestito il ruolo di “big sponsor” degli enti. E la distribuzione è davvero bipartisan.

Proprio nell'Anfe ha lavorato, dal 1993 al 2009 la moglie di Raffaele Lombardo, Saveria Grosso. Nella sede palermitana lavora Vincenza Dentino, moglie di Nino Dina. La sede trapanese dello stesso ente, poi, è stato il luogo di lavoro di Castrenze Papania, figlio del senatore Nino. L'ex assessore regionale, sempre nel Trapanese, è vicino all'associazione “Nuovo cammino” di Alcamo e all'Ecap di Trapani. Finito ai domiciliari, poi convertiti nel “divieto di soggiorno in Sicilia”, per la presunta mazzetta legata alle autorizzazioni per il fotovoltaico, invece, Gaspare Vitrano ha dovuto “necessariamente” defilarsi dal controllo di alcuni enti di formazione. A lui, infatti, erano riconducibili l'Ecap, l'Unci (oltre 1,3 milioni di euro ricevuti nel Prof) e l'Anapia.

Nell'Aram che, come abbiamo detto, è “feudo” di Genovese, ha lavorato Veronica Marinese, figlia del deputato Pdl Ignazio Marinese, che a sua volta è zio di Dore Misuraca. La sorella di Misuraca, Danila, poi, è stata a lungo negli organici del Cefop. Per tornare a Messina, ecco anche la presenza dell'ex sindaco Giuseppe Buzzanca. Sua moglie, Daniela d'Urso e la sorella Matilde lavorano nell'Ancol, nel quale è presidente Natale Capone, assessore “di Buzzanca” nel capoluogo messinese. In quell'ente, Capone ha fatto lavorare padre, madre, moglie e un paio di cugini. Oltre ad alcuni parenti di assessori locali in quota An. Carmelo Incardona, invece,, in un solo anno (era assessore al Lavoro), consentì l'ingresso nei finanziamenti del Prof a una sessantina di enti del Ragusano.

Emblematico è invece il caso del Cufti (Consorzio universitario per la formazione turistica internazionale) raccontato ampiamente dal settimanala “Panorama”, un piccolo “feudo Briguglio”: lì lavorano o hanno lavorato il direttore generale Fina Maltese, moglie di Carmelo Briguglio, Claudio Viola figlia di Fina Maltese (avuta con il primo marito). Mentre Vincenzo Maltese, cognato di Briguglio, è stato assunto come amministrativo ad Alcamo e la cognata Maria Catalano ha lavorato nella sede di Taormina. Sempre vicini al deputato Fli sono Santo Mascena, presente nel Cda, e Giuseppe Garufi, ex assessore Fli di Santa Teresa Riva (a due passi da Furci, città di Briguglio). In quel Cda, poi, sono stati presenti anche l'assessore regionale al turismo in quota Fli Daniele Tranchida e Orlando Russo, portavoce Fli a Taormina.

Nello Ial lavorano il consigliere provinciale dell'Udc Giuseppe Carpinteri e, seppur in aspettativa, Totò Cianciolo, ex fedelissimo di Cuffaro e dirigente dell'agenzia per l'impiego. Nell'ente è transitata anche Giacoma Giacalone, moglie dell'ex sindaco di Alcamo ed ex presidente dell'Anci Giacomo Scala. Nello Ial Cisl, poi, ha lavorato anche Anna Cammisa, moglie di Gaspare Noto, segretario provinciale dell'Mpa a Trapani. All'Enaip, il presidente è Francesco Luca, cugino di Lino Leanza. Ma la presidenza di quell'ente sarebbe la diretta conseguenza di un'altra designazione: quello di presidente delle Acli, di cui l'ente è espressione.

Il caso dell'Efal, invece, è molto “spinoso”, visto che l'ex presidente, Giuseppe Liga, è in carcere con l'accusa di essere il successore del boss Salvatore Lo Piccolo. Per il suo ente, la Regione nel 2010 sborsò la bellezza di sei milioni e mezzo di euro. Al punto da spingere l'onorevole del Pdl Caputo a chiedere spiegazioni all'esecutivo. Ma non è negabile un rapporto tra quello che fu l'Mpa e l'ente che è promanazione del Movimento cristiano dei lavoratori. Carmelo Reale, fidatissimo di Lombardo, è stato presidente dell'ente fino a poco tempo fa. Reale fu capo del personale al comune di Catania con Lombardo vice sindaco e capo del personale alla Provincia con Lombardo presidente. Il presidente della sede catanese dell'Efal è stato Marco Belluardo, ex assessore Mpa a Catania, candidato alle Regionali con gli autonomisti e nominato da Lombardo presidente di Sviluppo Italia Sicilia. Senza dimenticare il caso di Fortunato Romano, eletto con l'Mpa ma costretto, dopo il ricorso del collega Santi Catalano, a lasciare lo scranno a causa proprio della carica di presidente dell'Efal. Ma niente di strano. Come ha spiegato il deputato Rinaldi, in fondo, la Formazione, in Sicilia, spesso ha fatto rima con “politica”.
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domenica 9 dicembre 2012


Sette milioni meno, ad Acquaenna
il caso degli esuberi

  

Per salvaguardare i 53 posti a rischio arriva la proposta di farsi decurtare il 20 per cento degli stipendi



ENNA. L'assemblea del personale di AcquaEnna, che ha avuto luogo venerdì sera nella sala del liceo linguistico, taglia corto le proposte del vertice dell'azienda e chiede garanzie occupazionali per tutti i dipendenti. Solo dopo questo passaggio il sindacato si siederà al tavolo delle trattative per verificare lo stato di crisi che denuncia l'azienda. Ma per prendere in considerazioone tale evenienza è necessario uno studio completo dell'attuale situazione economica. E in ogni caso qualsiasi decisione sindacato-azienda passerà al vaglio di un referendum fra i lavoratori.
È stata una assemblea molto partecipata quella di venerdì sera che ha visto presente oltre 90 dipendenti su 122. Hanno preso parte all'incotro i rappresentanti di Cgil, Cisl e Uil. Rispettivamente Rita Magnano e Pietro Arena, Tommaso Guarino e Giuseppe Caronte, Filippo Manuella e Vincenzo Mudaro. È stato un aut aut del personale ben preciso che chiede la riassunzione dei licenziati ex Asen e la conferma dei 36 comandati di Siciliambiente ai quali venerdì prossimo, 14 dicembre, scade il comando. In sala i presenti commentavano perplessi la posizione dell'azienda che però ad oggi non ha nulla di ufficiale. Secondo i commenti dei dipendenti e di alcuni sindacalisti lamenterebbe 53 esuberi. La proposta per tentare di salvaguardare l'intero personale passerebbe da una decurtazione degli stipendi del 20 per centi circa, collegamento degli inquadramenti alle mansioni e taglio netto dei benefit.«Per risparmiare - è stato ribadito in assemblea - bisogna tagliare altro». Ma c'è da dire che i conti dell'azienda fanno trasparire un disagio economico non indifferente. A fronte di una previsione di fatturazione di 15 milioni di metri cubi, il 2012 si avvia ad essere chiuso intorno ad una vendita di 8,2 milioni di metri cubi. Insomma una differenza di quasi 7 milioni di mc e di certo non è poco. A questo mancato introito vanno aggiunte le perdite delle condotte idriche in provincia che si si attestano tra il 40 e il 50 per cento. Citiamo il caso emblematico del capoluogo dove il 99 per cento dell'acqua prodotta, e quindi tirata su dai pozzi e immessa nelle condutture, viene persa. Gli ennesi utilizzano solo l'acqua acquistata da Siciliacque. Basta citare il dato del 2010. Il capoluogo acquista un milione 769.496 mc, ne produce 860.820 mc, ne perde nel colabrodo che si chiama conduttura ben 859.422 mc.
In questo quadro c'è anche da inserire la vicenda di Barrafranca l'unico Comune che ancora oggi non ha aderito all'Ato idrico e quindi ai servizi prestati da AcquaEnna.L'ex sindaco barrese Angelo Ferrigno a suo tempo fece una battaglia proprio per non aderire e rivendica sempre quel risultato. E proprio a Barrafranca il costo dell'acqua è molto basso. Tra l'altro in materia di personale c'è da armonizzare varie esigenze. Non a caso i dipendenti provengono dal'ex Asen, dal Consorzio di bonifica, dai Comuni, da un consorzio Acquedotto intercomunale e infine da assunzioni autonome fatte dall'azienda. Insomma per AcquaEnna si prospetta una natale molto caldo. 

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Perdite economiche e licenziamenti, AcquaEnna cerca soluzioni alla crisi

  

Convocata per oggi pomeriggio al liceo linguistico un’assemblea con gli oltre 120 dipendenti. In primo piano il riordino dell’organico

 ENNA. Questo pomeriggio alle 15,30 assemblea degli oltre 120 dipendenti di AcquaEnna nel salone del liceo linguistico di Enna bassa. Sul tappeto il riordino della dotazione organica dell'azienda. Ma si badi bene questo è il problema forse più evidente ma non il solo che riguarda l'intero sistema idrico provinciale. Un primo dato esprime in tutta la sua crudezza l'attuale momento di difficoltà. Il servizio era stato preso in consegna per fatturare la vendita di acqua per 15 milioni di metri cubi l'anno. Un tetto non toccato tanto che l'asticella si è fermata poco sopra gli 8 milioni di metri cubi l'anno. Quindi un dimensionamento aziendale che scricchiola, da qui la fase del riordino. 
Un altro dato sconfortante riguarda le perdite della rete provinciale che la stessa AcquaEnna nel suo bilancio idrico 2010 ha certificato nel 50,7 per cento. Per il 2011 l'obiettivo era di abbassare le perdite del 7,7 per cento. E qui siamo al paradosso con i dati del capoluogo che tra l'altro non possiede le rete-colabrodo con più perdite. AcquaEnna per la città acquista un milione 769.496 metri cubi del prezioso liquido. Ne produce, o meglio ne estrae tramite i pozzi 860.820 mc e ne perde nelle condutture 859.422 mc, il 37,22 per cento. Insomma di acqua se ne perde tanta quanta ne viene prodotta. Non solo ma corre voce nell'ambiente che non ci sia un'efficiente manutenzione nei pozzi, qualcuno parla addirittura di abbandono. Secondo alcune indiscrezioni non confermate, dai pozzi si tirerebbero fuori 20 l\s mentre con l'Asen anche 38 l\s. Se poi consideriamo che oltre due terzi dell'approviggionamento idrico viene acquistato il costo complessivo sale notevolmente. Questo perché il costo dell'acqua è alto per via di due passaggi, Siciliacque ed Enel Power che gestisce la diga Ancipa. Per tentare di abbassare le perdite e risparmiare viene ridotto il flusso, ma questo determina meno servizi per la cittadinanza e meno incassi per la stessa azienda. Passaggi quindi che dilatano il costo.
AcquaEnna paga anche i ritardi biblici della Regione sia per gli investimenti, rifacimenti delle condutture, sia per il personale che dopo circa 8 anni non ha definito l'iter dei passaggi. E infine si arriva all'emergenza dei 13 lavoratori ex Asen dei quali 2 sono stati licenziati e per gli altri 11 si avvicina la data. Per passare all'organico AcquaEnna hanno atteso, ma invano, un decreto del presidente della Regione.
Problemi esistono anche per i 35 comandati di Siciliambiente scaduti il 30 novembre e che hanno ottenuto una proroga di 15 giorni. Insomma il sistema idrico in provincia è vicino al collasso e da settimane continuano a susseguirsi incontri interni all'azienda e con il sindacato. Quest'ultimo sembra disponibile ad un confronto a trecentosessanta gradi ponendo un baluardo ben deciso: la salvaguardia dei posti di lavoro. Chiaramente la questione più spinosa e impellente riguarda i 13 dipendenti ex Asen per i quali è stata chiesta la reimmissione in servizio. 


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Enna, Assemblea infuocata dei lavoratori di AcquaEnna


Assemblea infuocata, convocata da Cgil, Cisl e Uil, dei lavoratori di AcquaEnna che hanno gremito l’auditorium del Liceo linguistico “Lincoln” a seguito dello stato di crisi dichiarato dall’azienda. “Una crisi che più che strutturale”, pare che sia, secondo i sindacati, “finanziaria” per la quale i lavoratori, stanchi di non conoscere il loro futuro e stanchi di vivere nell’incertezza, hanno dichiarato lo stato di agitazione. Oltre due ore di duro confronto, dove i tre segretari generali confederali Rita Magnano, Tommaso Guarino e Vincenzo Mudaro hanno posto al centro della questione, a seguito di un incontro con i vertici di AcquaEnna, l’ipotesi aziendale che si può riassumere così: applicazione del minimo tabellare del contratto collettivo nazionale gas-acqua; eliminazione dei superminimi; ‘contratto di solidarietà difensivo’ che ha lo scopo di diminuire l’orario di lavoro evitando la riduzione del personale; flessibilità dell’orario di lavoro; adeguamento dello stipendio, quindi del livello, per l’effettive mansioni che il lavoratore realmente svolge in azienda. Dunque, AcquaEnna punta ad un abbassamento del costo del lavoro, che però non trova d’accordo i lavoratori. “Io non credo –ha detto un lavoratore- che il capitolo di spesa del personale sia quello principale sul quale l’azienda può intervenire per risolvere la crisi. Ci sono capitoli di spesa che hanno un’incidenza ben maggiore e su quelli che bisogna premere. Siamo disposti a fare sacrifici ma è un errore intervenire principalmente sul capitale più importante dell’azienda che è il personale”. “L’assemblea è contraria alle proposte dell’azienda –ha sottolineato un’altro lavoratore- che a mio avviso sono indecenti. Bisogna dare serenità ai lavoratori e applicare il contratto di lavoro e le leggi vigenti in materia senza che si perda un posto di lavoro”. I lavoratori, nel corso dell’assise, se pur animosamente,  hanno cercato di sviscerare tutti i limiti di un piano aziendale che a loro dire “fa acqua da tutte le parti”, per cui hanno chiesto ai sindacati di chiedere ufficialmente all’azienda la pianta organica e di avviare un tavolo di confronto serio, per un piano che garantisca l’occupazione e non leda i diritti dei lavoratori. Quindi, proroga del comando per i 36 lavoratori di Sicilia Ambiente messi in mobilità dal 14 dicembre dalla società di appartenenza; revoca dei licenziamenti da parte del sindaco di Enna dei 13 lavoratori dell’Asen. La nota dolente che denunciano i sindacati è che “ad affrontare la crisi dell’azienda AcquaEnna” sono soli perchè “la classe politica –dicono- non è sensibile al problema. Non è sensibile il comune di Enna, così come è latitante nella vicenda l’Ato idrico, che è espressione della politica”. “Sostanzialmente –hanno spiegato i sindacati- su 122 lavoratori il problema si pone semplicemente per i lavoratori comandati dell’Asen e di Sicilia Ambiente, ma che potrebbero essere assunti da Acquaenna alle condizioni poste dall’azienda”. Inoltre, proprio per ridurre i costi ed equilibrare il proprio bilancio pare che AcquaEnna voglia ridurre ulteriormente l’organico del personale passandolo da 122 a 104 “facendo rientrare nei rispettivi comuni i 5 dipendenti comunali e liberandosi dei 13 lavoratori del consorzio intercomunale di Regalbuto, Centuripe e Catenanuova che secondo quanto prevede la legge devono essere assunti dall’Ato idrico e non dall’ente gestore”. “Ovviamento –hanno affermato Magnano, Guarino e Mudaro- tutto è oggetto di trattativa e non firmeremo nessun accordo se prima non va al vaglio e all’approvazione dei lavoratori con un referendum”.


Giacomo Lisacchi


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Caltanissetta, il sindaco assume un legale ‘da guardia’: dovrà querelare i giornali

Il primo cittadino Michele Campisi (Pdl) spenderà almeno 4mila euro di soldi pubblici per la parcella di un avvocato che dovrà 'far rispettare l'onorabilità' mediatica dell'amministratore e della sua squadra di governo. Come? Con le denunce per diffamazione. La stampa locale è avvisata

Caltanissetta, il sindaco assume un legale ‘da guardia’: dovrà querelare i giornali
Quattromila euro di fondi pubblici, elargiti in anticipo per dare mandato di difesa ad un importanteavvocato penalista. Fin qui nulla di strano, se non fosse che l’unico incarico del legale è quello di “porre in essere iniziative giudiziarie per tutelare il diritto all’onore ed alla reputazione del Sindaco e del Comune”. In pratica il legale è stato nominato “a priori” per querelare chiunque metta in cattiva luce sui giornali il primo cittadino e la sua amministrazione. Succede a Caltanissetta, dove il sindaco del Pdl Michele Campisi non apprezza evidentemente il modo in cui la stampa locale racconta le sue gesta d’amministratore. E per evitare che i cronisti si appellino eccessivamente al diritto di critica ha dunque deciso di far nominare l’avvocato Walter Tesauro come legale ‘specializzato’ in future cause per diffamazione.
Campisi alla sua onorabilità ci tiene evidentemente in modo particolare. E infatti nella determina con cui nomina l’avvocato Tesauro fa specificare che “la persona ha un valore sociale che dipende anche dalla percezione che gli altri ne hanno sotto il profilo del decoro personale, decoro che può essere leso dalla diffusione di notizie o dall’attribuzione di fatti che diminuiscano o in qualche modo compromettano questa dimensione sociale del soggetto”. Ma non solo. L’onorabilità del primo cittadino nisseno sarebbe infatti particolare dato che, come si legge sempre nella determina comunale, “tutelare il Sindaco per la difesa dell’onore e della reputazione costituisce un preciso dovere verso la persona del Capo dell’amministrazione, ma soprattutto rappresenta un obbligo con finalità di pubblico interesse verso l’Istituzione”. E’ per questo che il sindaco pidiellino ha dunque deciso di conferire un incarico “aperto” all’avvocato Tesauro.
Un incarico che sarà pagato con un acconto di quattro mila euro, provenienti dal bilancio comunale, e in seguito integrato dalla “somma richiesta dal legale nella nota-spese che produrrà ai minimi tariffari”. I cronisti particolarmente critici verso l’amministrazione nissena, in pratica, sono avvisati. Qualcuno a Caltanissetta ha subito sentito puzza di censura preventiva. Come i dirigenti locali del Partito Democratico che sottolineano come non fosse “mai accaduto che un sindaco di Caltanissetta decidesse di impiegare danaro pubblico (in una quantità peraltro ancora indeterminata) per intimidire e contrastare preventivamente, con la minaccia di querele e di azioni giudiziarie, il diritto alla critica politica espresso dagli organi di informazione. E’ grave che il sindaco Campis – continuano i democratici – ritenga che il personale e legittimo diritto alla tutela, anche giudiziaria, da una notizia o da una accusa che si considera diffamatoria, debba tradursi in una iniziativa pagata con danaro pubblico rivendicando una lesione di propri diritti di rango costituzionale”.
Il sindaco però è rimasto della sua idea: la sua figura di primo cittadino deve essere tutelata in sede giudiziaria da quanti ne attentino l’onorabilità. E a pagare deve essere il comune dato che l’idea di nominare l’avvocato Tesauro come “legale specializzato in querele” gli è venuta dopo essersi imbattuto sul web in alcuni commenti poco generosi nei suoi confronti. “Sono alcuni commenti che sono lesivi della dignità personale del sindaco e dell’Amministrazione in genere. Il dott. Campisi è stato anche definito ‘revisore dei conti da quattro soldi’, e questo implica un’offesa a lui come professionista e non certo sul suo operato di sindaco. Si tratta di questioni che vanno oltre i commenti politici, oltre la libera espressione e che si ritiene debbano essere perseguiti” ha spiegato l’avvocato Tesauro ad un quotidiano locale.
Nei mesi scorsi il sindaco Campisi aveva meritato l’attenzione della stampa dopo aver annunciato in pompa magna la visita del Sultano di Abu Dhabi a Caltanissetta. La città era stata preparata per l’occasione, e nessuno si era chiesto come mai un emirato come quello di Abu Dhabi (che è la capitale degli Emirati Arabi Uniti) potesse essere governato da un sultano e non invece da un emiro. E infatti al cospetto del primo cittadino nisseno, tra tappeti rossi e vigili urbani in alta uniforme, non era arrivato nessun corteo principesco, ma soltanto un ingegnere d’origine araba, Sultan Al Zaabi, impegnato nel settore delle materie plastiche in provincia di Brescia e interessato a stringere accordi commerciali con Caltanissetta. I media, compresa Striscia la Notizia, avevano ovviamente sghignazzato abbondantemente sul tragicomico errore. Oggi magari rischierebbero una querela per aver leso l’onorabilità della città nissena.

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venerdì 7 dicembre 2012


LA RIUNIONE
Cosa nostra in trattoria
per decidere le strategie
Un incontro in trattoria, un summit ai vertici della mafia per decidere la strategia delle cosche. E al tavolo c'era lui, Messicati Vitale.
PALERMO- Antonino Messicati Vitale possiede da solo il potere economico per reggere da solo il peso economico del business dei diamanti oppure si è alleato con altri clan? E allora la mente e le indagini dei carabinieri del reparto operativo e del nucleo investigativo di Palermo tornano al summit di mafia organizzato alla trattoria don Ciccio di Bagheria, il 12 marzo 2011. E cioè due mesi dopo l'incontro nell'albergo sudafricano dove è nata la partnership dei diamanti. Oltre a Messicati Vitale c'erano Antonino Zarcone, considerato il capomafia di Bagheria, Nicola Milano e Tommaso Di Giovanni, nuovi reggenti del mandamento di Porta Nuova.

Un pranzo di mafia per dettare le strategie della nuova Cosa nostra. Boss di Palermo e provincia si sono confrontati in trattoria. Seduto a un tavolo, in mezzo agli altri clienti, c'era colui il quale, un anno dopo, sarebbe diventato un latitante di mafia. Quell'Antonio Messicati Vitale, che non si sarebbe fatto trovare in casa, nella frazione di Portella di mare, al momento dell'arresto.

In trattoria hanno discusso di spartizione del territorio, di pizzo da incassare nella zona di Pagliarelli e soprattutto di affari. Di terreni e soldi in contanti per costruirvi sopra i palazzi. Forse ci sono pure i suoi soldi nel tentativo di comprare un intero palazzo nel cuore del Borgo Vecchio dove qualche mese fa qualcuno ha parcheggiato uno scooter pieno di polvere da sparo e tondini di ferro. Una bomba rudimentale fatta esplodere per dare un avvertimento a qualcuno. Le indagini sulle ricchezze dei boss conducono a Vincenzo Coniglio, insospettabile parrucchiere di corso Calatafimi finito in manette. Nella sua auto sono stati trovati i libri della contabilità del clan di Porta Nuova guidato da quegli stessi uomini che seduti al tavolo di una trattoria discutevano di pizzo e affari con Tonino Messicati Vitale.

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I CONTATTI DEL BOSS
Una cascata di diamanti
per gli affari della mafia

La mafia ama i diamanti. E ha investito una cascata di soldi in certi affari tra il Sudafrica e lo Zimbaabwe. In quegli affari Messicati Vitale ha avuto un ruolo. Di prima grandezza.
PALERMO - Messicati Vitale e gli affari. Il giovane boss aveva capito che per comandare ci vogliono i soldi. E' la legge dei grandi numeri: più soldi hai e più potente sei. E così lui, uomo del pizzo porta a porta aveva deciso di fare il salto di qualità. Ecco immortalato in questa foto esclusiva che cristallizza la capacita imprenditoriale di Tonino Messicati Vitale. Il boss ha lavorato, e probabilmente c'è pure riuscito, per portare in Italia sei milioni di euro in pietre preziose.

PALERMO- La mafia ha investito una barca di soldi nei diamanti. Un anno fa, in Sudafrica, è stato firmato un accordo per l'esportazione di gemme purissime dallo Zimbabwe. Diecimila carati al mese. Con la prospettiva di toccare quota trentamila nel giro di poco tempo. Un investimento da sei milioni di euro a cui sono stati invitati a partecipare alcuni partner internazionali. Attorno al tavolo della trattativa si sono seduti importanti uomini d'affari. Tra di loro c'era anche Tonino Messicati Vitale. Era l'uomo in contatto con una grossa società leader del settore guidata da alcuni suoi parenti. Sono Salvatore e Pina Ferrante, zii della madre dell'ormai ex latitante. Il primo è il rappresentante italiano di Zimgroup. La seconda è un alto dirigente dell'African Dune, colosso della commercializzazione di diamanti a livello internazionale. Gli investigatori sospettano che sui diamanti possano essere stati convogliati i soldi dei principali clan mafiosi palermitani.



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