mercoledì 31 ottobre 2012


Il primo presidente
che a palazzo d'Orléans
entrerà con la scorta

Poeta. Ma anche politico coraggioso che sfida mafia e poteri forti

rosario crocetta

Non è uno «yesman» pronto ai compromessi, Saro Crocetta è uno che da giovane segretario comunista mandò a quel paese papà D'Alema inviato a Gela dal Pci per indagare sulla sua vita privata, ha mandato a quel paese la mafia e persino la raffineria Eni, stava per mandare a quel paese anche il Pd che prima di candidarlo ha dovuto superare una serie di mal di pancia, sempre per lo stesso motivo che lo perseguita da ragazzino, il suo essere un siciliano diverso, non macho. Un siciliano che scrive poesie e fa il politico, che sfida la mafia ed è costretto a vivere ancora sotto scorta da dieci anni perché Cosa Nostra non dimentica. Sarà il primo presidente a entrare a Palazzo d'Orléans con tutta la scorta.
Nel libro che racconta la sua vita è scritto in copertina: «Dedicato ai ragazzi e alle ragazze della città più bella del mondo. / A quanti se ne sono andati troppo presto e controvoglia. / A quanti vogliono ancora credere che domani ci crederanno ancora, perché non riusciranno mai a cancellare la nostra voglia di vivere e sognare. / A mia madre. / A nonna Betta Caponnetto che ci insegna il valore del dovere quotidiano. / A don Amico che mi ha fatto conoscere Cristo. / Agli uomini che difendono la mia vita, che Dio li preservi. / A don Luigi, parroco del "Bronx", il quartiere che vuole si chiami Santa Lucia: lui ci crede».
Adora Gela e il suo mare di fronte all'Africa, Gela greca, araba, normanna, già splendida nel VI secolo a C., Gela dalla gioventù bellissima e non xenofoba. Ricorda ancora quando da ragazzino sentì in contrada Balala la gente gridare: «Truvarunu u petroliu».
Aveva cominciato a studiare all'Università di Catania, ma smise presto perché suo padre era andato in pensione e la famiglia aveva bisogno. Andò in fabbrica, l'unica che c'era, il Petrolchimico dell'Eni. Il lavoro in fabbrica non era quello che avrebbe voluto, ma l'Eni lo mandò a Milano a perfezionarsi in informatica e poi lo spedì in Arabia Saudita dove c'erano raffinerie del cane a sei zampe. Nel 1979 era già un funzionario dell'Eni, capo progetto di alcune procedure informatiche a Pisticci, in Basilicata. Faceva lunghi soggiorni a Roma, frequentava i salotti, il poeta Dario Bellezza, artisti, attori, ma il suo cuore era a Gela perché intanto era accaduto che il Petrolchimico aveva portato lavoro, ma suscitato gli appetiti dei boss venuti da fuori, Piddu Madonia di Vallelunga Pratameno, capo di Cosa Nostra nissena, e Salvatore Iuculano, «stiddaro» palermitano. Crocetta diceva: «Questi mafiosi non sono nostri». Dal 1987 al 1990 ci furono 100 morti ammazzati l'anno, molte le vittime per i subappalti della diga del Disueri. La popolazione si era raddoppiata e nel periodo di «mattone selvaggio» nel quartiere di Settefarine erano sorti 12 mila vani abusivi in strade senza illuminazione e senza numeri civici. Era questa la Gela di cui Crocetta divenne sindaco nel 2003 e cominciò la sua doppia sfida, una all'Eni per costringerla a ridurre l'inquinamento e l'altra contro la mafia: bloccò l'appalto della nettezza urbana a una ditta in odore di mafia, licenziò la moglie del temutissimo boss Emmanuello che aveva un posto al Comune, mise fuori gioco la ditta «Conapro» che grazie a delle connivenze faceva razzia di appalti del petrolchimico, senza che l'Eni facesse troppe obiezioni. E nel frattempo faceva arrestare mafiosi a carrettate fino a una quota record di 850. Naturale che la mafia lo volesse sotterrare al più presto fino ad ingaggiare un killer venuto dal freddo.
Lui ha questa convinzione: la Sicilia è l'unica terra che non è cambiata. Sono arrivati i piemontesi e si sono alleati con la mafia, i fascisti hanno inglobato la mafia, gli americani quando sono sbarcati si sono alleati con la mafia, così hanno fatto i democristiani. Si continua a fare politica senza sentire la necessità di rompere con tutto questo al solo scopo dei voti di scambio. E Crocetta si chiede: «Essere onesti con sé e con gli altri è così difficile? ».
Pensa che la politica spesso finisca per essere conflittuale con alcuni dettami cristiani. «C'è quel continuo porsi di fronte agli altri e doverli necessariamente giudicare sapendo, al tempo stesso, di dovere essere giudicati a propria volta. Sarebbe il caso di chiedersi se sia giusto vivere il proprio rapporto con Dio e con gli altri a questo modo». In sostanza vorrebbe un libero rapporto d'amore con Dio senza essere giudicato dagli uomini.
«Io non voglio essere un modello da proporrre agli altri, anzi mi considero un cattivo modello, un modello un po' incasinato con troppe complicazioni: sono cristiano e sono comunista, mi dichiaro omosessuale con una chiesa cattolica che non è certo tenera nei propri giudizi e tutto questo mi porta di fronte ad un martirio quotidiano. E tutto le volte che prendo una comunione chiedo perdono a Dio. Ma a volte so di cosa, ma tante volte no».
Questo è il ritratto di un uomo travagliato, pieno di contraddizioni, ma con un cuore bambino che ancora crede nei sogni e nella bontà umana. E' lui, chapeau, il nuovo presidente della Regione siciliana.

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